Di quanto spazio ha bisogno la felicità?

Un affascinante e filosofico viaggio con la mente della columnist Daniele Muscionico.

Ieri ho dato una testata contro la mia felicità. Proprio così. Perché la felicità la si deve sentire! Qualsiasi altra cosa si ferma alla semplice soddisfazione. E la soddisfazione è la sorellastra della felicità, ha una pessima reputazione. Ma questa è un’altra storia.

Davanti alla mia felicità, quindi, c’era questa vecchia trave maestra, a cui si è aggiunta una schiena poco incline a curvarsi, ginocchia che con gli anni hanno perso un po’ di slancio... insomma tutti gli ingredienti perché succedesse il fattaccio. Così d’un tratto la mia stanza della felicità mi ha lasciato il suo marchio in fronte, fronte che ora suscita commenti di ogni tipo con i suoi colori davvero sorprendenti. In virtù di questo mio «incidente frontale», la gente che mi chiede come sto lo fa con un sorrisetto malizioso.

«Sto bene, sai, sono una persona fortunata!», e mostro con orgoglio la mia fronte. È scritto lì, e chi sa farlo lo legge a chiare lettere: la mia felicità concede poco spazio ai movimenti. Qual è questa grande felicità? Un piccolo sottotetto di una casa di campagna francese.

Ma quanto deve essere grande una casa? Questa domanda se l’era posta già l’americano Henry David Thoreau, poeta nazionale degli alternativi, che tra il 1845 e il 1847 mise alla prova se stesso andando a vivere in una capanna di legno costruita di propria mano nei boschi del Massachusetts. Chissà se questo distacco dal mondo a tempo parziale sarà stato faticoso... In ogni caso, ogni sabato la madre e le sorelle del pensatore lo rifornivano di piatti precotti.

Ma torniamo alla nostra domanda: quanto deve essere grande una casa? Di quanto spazio ha bisogno una singola persona? Thoreau e Le Corbusier, con la sua idea del Cabanon a Cap Martin, sono solo due dei tanti che si sono posti queste domande, oggi sfociate nel Tiny House Mouvement. Le «cosettine» potranno anche piacere a coloro che hanno sempre avuto tranquillamente sufficiente spazio. Chi però per avere spazio vitale ha dovuto combattere, esiterà a mettere in discussione questa conquista. Lotta per averlo e sa bene perché. «A Room of One’s Own»: per Virginia Woolf era questo il presupposto affinché una donna potesse vivere in maniera autodeterminata. E non sono passati nemmeno 100 anni da quando ha formulato questa sua richiesta.

La mia stanzetta segreta della felicità è un sottotetto. Perché è così? Le ragioni stanno nella natura stessa della cosa. Il sottotetto è una stanza che non avanza pretese nei miei confronti. Esiste semplicemente, ed è semplicemente bella. Non si dà arie, anzi sa tenere un profilo basso come nessun’altra stanza di una casa. Si mette a disposizione come un essere puro, genuino, semplice. È una creatura dal cuore altruista, disinteressato.

Il sottotetto è una stanza che non si aspetta nulla da me, poiché tutto ciò di cui ha bisogno per essere uno spazio compiuto è già lì.

Non devo nemmeno arredarla, un’arte che non mi è data. È un compito che altri hanno svolto per me, e lo scorrere del tempo è stato l’architetto d’interni ideale. Non devo neanche preoccuparmi di installare punti luce intelligenti che ne esaltino le caratteristiche. La luce che c’è è quella che le dona di più. E cambia a ogni ora del giorno e della notte.

Sto lì nel sottotetto e non devo arrovellarmi su quale coinquilino preferisco, su chi invitare qui e quando e su cosa offrire da bere o da mangiare: gli abitanti del sottotetto si divertono anche senza di me. La cosa si fa divertente soprattutto quando mi immischio il meno possibile nella loro vita. Loro sono lì, e io non sono sola. A cortese distanza, posso ascoltare i miei coinquilini attraverso il soffitto. La notte, lo scalpiccio e i lamenti di compagni invisibili in un sottotetto francese diventano una chanson sui generis.

Il sottotetto è una stanza che non si aspetta nulla da me, poiché tutto ciò di cui ha bisogno per essere uno spazio compiuto è già lì. Ad animarla, ci pensano vecchi sogni in disarmo. Il vero senso di «casa» vive nell’odore del legno, del cuoio, delle stoffe. Il tempo è catturato dalle ragnatele sotto forma di insetti e polvere di sole. Il sottotetto è un raro esemplare di stanza felice. Qui abita la felicità, qui la felicità esiste.

Alla luce di questo, io sono una delusione. Deludo tutti quelli che lodano la nostra casa, perché è la casa nel suo insieme che dovrebbe fare la felicità dei proprietari. No!

Le proporzioni degli spazi, naturalmente, sono davvero oh, là, là. La luce, il calore in inverno, la frescura in estate, tutto è senza dubbio de première qualité. E in più le vecchie mura di granito, le cui commessure sono frutto del genio artigiano di maestri ormai defunti da lungo tempo. Sono i loro antenati che dobbiamo ringraziare se oggi Parigi ha l’aspetto che la mente e i progetti di Georges-Eugène Haussmann le volevano conferire. I maçons de la Creuse, i muratori della Creuse, hanno costruito una parte consistente dei viali, delle piazze e dei portici della Parigi moderna.

Tant pis. Questa casa, una maison de maître, richiede un certo contegno da parte di chi vi abita. Gigantesca la superficie delle stanze, mostruosa l’altezza dei locali, qui prospera la megalomania e diventa spazio a profusione. Gli standard cittadini possono anche aver educato alla modestia, ma qui, in questi spazi di campagna di proporzioni del tutto diverse, anche una signora Nessuno diventa subito Madame de Pompadour. Ma come usare questa enormità di aria, luce e brio? Esiste una TV a schermo piatto in grado di fare bella figura nell’immenso soggiorno? E dove trovare un modello che si adatti bene alle vecchie mura di granito? Dovremmo mettere un tavolo da ping-pong nel salone per conferirgli almeno un velo di disordine?

Molte domande, nessuna risposta. Nel sottotetto il legno cigola e mi dà ragione: la felicità si arreda da sola.

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