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Micro-living – la soluzione abitativa smart che conquisterà il mondo?

Micro-living – la soluzione abitativa smart che conquisterà il mondo?

Nell’ambito dello studio «Microliving – Urbanes Wohnen im 21. Jahrhundert» (Micro-living – l’abitare urbano nel XXI secolo), il GDI Gottlieb Duttweiler Institute ha analizzato l’evoluzione dell’abitare. Stefan Breit, coautore dello studio, spiega in questa intervista con Mélanie Ryser e Alfred Müller quali tendenze caratterizzeranno l’edilizia residenziale del futuro.

Le forme abitative rispecchiano la situazione sociale e culturale di un’intera società, e si adeguano gradualmente alle esigenze degli individui. Quali potrebbero essere le peculiarità delle abitazioni in un mondo in cui la popolazione è sempre più numerosa, urbana, desiderosa di nuove esperienze, mobile e disdegnosa del possesso?

Recentemente avete pubblicato uno studio sull’abitare urbano nel XXI secolo. Di che cosa parla?

In estrema sintesi, lo studio spiega che l’abitare del futuro sarà condizionato da due fattori: l’individualizzazione e la scarsità di spazio. La risposta non può che essere il micro-living. A dettare legge, quindi, non saranno in primo luogo le innovazioni tecnologiche, ma piuttosto le tendenze sociali, che stravolgono il tessuto urbano e rivoluzionano il concetto di «casa» per le future generazioni. Più che la scarsità di spazio, per la verità, sarà determinante il fatto che molte esigenze legate all’abitare potranno essere soddisfatte anche con meno metri quadri a disposizione: rispetto a oggi in futuro ci accontenteremo di meno spazio in casa nostra.

Cosa significa in concreto «micro-living»?

Il concetto di micro-living è sostanzialmente sinonimo di «massima semplificazione». In Svizzera, con questo termine ci si riferisce ad abitazioni con una superficie di circa 30 metri quadri che mettono a disposizione tutto ciò che serve per vivere autonomamente: una cucina, un bagno, un letto. In altri Paesi i parametri possono essere diversi, a seconda della realtà locale. In Giappone, ad esempio, si ritiene possibile vivere in 5,8 metri quadri, sulla East Coast degli Stati Uniti rientrano nella definizione di micro-living abitazioni con una superficie che va dai 37 ai 46 metri quadri, mentre sulla West Coast si scende a 28 metri quadri. Un elemento accomuna tutte le definizioni, però: nel micro-living lo spazio disponibile è nettamente inferiore rispetto alla media delle abitazioni «normali». È interessante sapere che non molti anni fa una percentuale significativa della popolazione mondiale viveva ancora in microappartamenti. Secondo uno studio condotto dalle Nazioni Unite, nel 1995 in tutto il mondo solo il 18 per cento delle persone residenti in città aveva a disposizione 20 metri quadri o più pro capite. Ora questo fenomeno sta riprendendo piede. Molti ritengono che una casa grande non sia più un fattore di prestigio e preferiscono spendere i propri risparmi per il tempo libero o i viaggi. Il micro-living risponde perfettamente all’esigenza fondamentale che un’abitazione deve soddisfare: un rifugio sicuro.

L’abitare del futuro sarà condizionato da due fattori: l’individualizzazione e la scarsità di spazio.

Nello studio avete identificato sei trend abitativi. Quale di questi influirà maggiormente sul nostro modo di vivere?

Sono convinto che il trend più influente sarà il primo: Collective Diversity. Questa tendenza dimostra come la nostra società, che attribuisce un ruolo sempre più importante all’individuo, condiziona il modo in cui sono costruite le nostre case. Il numero delle cosiddette famiglie mononucleari è in costante aumento, ma proprio il vivere soli sempre più a lungo e sempre più spesso fa nascere l’esigenza di nuove forme di comunità. Può sembrare un paradosso, ma in fondo è logico. Ecco dunque che il megatrend dell’individualizzazione pone nuove esigenze nei confronti dell’urbanistica.

Lei ha appena detto che il numero delle persone che vivono sole è ancora in crescita. Quali conclusioni si possono trarre osservando questa tendenza nella nostra società?

È un po’ rischioso trarre conclusioni sulla società partendo dall’individualizzazione. È più facile osservare un tessuto urbano e formulare qualche riflessione; non a caso si dice che la casa è lo specchio della società. Se ad esempio molte persone hanno a disposizione superfici ampie in cui abitare, è indubbio che si stia attraversando un periodo di benessere diffuso. Se in alcune città il 50 per cento delle case è abitato da una sola persona, la società non può non risentirne. Ma attenzione: non bisogna confondere il megatrend dell’individualizzazione con l’egoismo. L’individualizzazione ha rafforzato la fiducia nell’io ed è l’emblema del passaggio dall’eteronomia all’autodeterminazione. L’abitare da soli e l’essere soli sono vissuti sempre più spesso come una condizione naturale e di piena autoconsapevolezza. E nel contempo, il trend verso la famiglia mononucleare si sta estendendo all’intera società e non è più circoscritto a singole fasce di età.

Le persone e le loro esigenze cambiano più velocemente delle architetture. Il micro-living è in grado di rispondere a questa dinamica di cambiamento?

L’architettura può recepire solo i trend fondamentali. Molte correnti di breve durata non arrivano nemmeno a scalfire le solide mura degli edifici. Credo però che l’individualizzazione e la scarsità di spazio abbiano effettivamente le potenzialità per rivoluzionare, nel lungo termine, l’assetto urbanistico. Il vantaggio del micro-living sta nel suo essere adatto a tutti, dagli studenti ai pensionati. La domanda da porsi è cosa ne sarà di questa forma abitativa nel momento in cui la tendenza alla famiglia mononucleare dovesse ridimensionarsi. Le sfide del futuro richiedono soluzioni architettoniche brillanti e ricche di inventiva. Spesso trend e contro-trend si sviluppano in parallelo: da un lato il mondo diviene sempre più individualista, ma dall’altro le persone sono alla ricerca di nuove forme di comunità che forse non coincidono più con la famiglia, bensì con la cerchia degli amici o dei compagni di studi. Una sorta di «sostituto» della famiglia, insomma. Di conseguenza, in futuro acquisteranno importanza forme abitative che favoriscano contemporaneamente l’autonomia dell’individuo e la possibilità di incontro e scambio con gli altri.

Nel vostro studio si fa cenno alle proposte di co-living. Un concetto interessante per eventuali start-up, anche se non è ancora molto diffuso in Svizzera. Come funziona il co-living?

Il co-living concilia le due sfere della professione e dell’abitare. I curatori si adoperano per riunire persone con valori e interessi simili, in modo che tra esse possa instaurarsi un’interazione proficua. Questo tipo di soluzione risponde all’esigenza di una zona confortevole legata all’abitazione. Per il locatore questo approccio è interessante, perché gli inquilini rimangono più a lungo se si trovano bene.

L’architettura può recepire solo i trend fondamentali.

A suo parere, la mobilità che caratterizza il modo di vivere odierno porterà anche a un massiccio ridimensionamento degli uffici e alla nascita di soluzioni di micro-working?

Domanda interessante. Per molte persone, tenere separati gli spazi in cui si lavora e si abita diventa sempre più difficile. Spessissimo, per svolgere la propria attività professionale servono semplicemente una presa elettrica e una connessione a Internet. Questo è un cambiamento radicale per la nostra società, che influisce sul nostro modo di lavorare e di vivere a casa nostra. Già oggi, a Zurigo, si vedono immobili a uso ufficio vuoti e gente che lavora nei caffè, in treno o al parco. Molti non hanno più bisogno di un ufficio per lavorare.

Il micro-living è diffuso soprattutto in grandi metropoli come Tokyo, Londra, New York e San Francisco, in cui le abitazioni hanno prezzi esorbitanti. Prenderà piede anche in Svizzera?

Ne sono convinto, soprattutto se le città continueranno a espandersi e si presenterà l’esigenza di ridurre gli spazi abitativi. Un domani, il fatto di vivere in una casa piccola non verrà più percepito come una rinuncia; il senso del benessere si sgancerà dall’ampiezza degli spazi a disposizione. Non so però se da noi arriveranno ad affermarsi modelli come quelli che si stanno sperimentando a San Francisco, dove attualmente sono in corso otto progetti per realizzare dei veri e propri dormitori, chiamati «dorms», in cui si condividerà un’enorme stanza da letto con altre 20 persone. La ragione principale alla base dello sviluppo di progetti simili è il costo altissimo degli affitti.

Il grado di radicalità dei progetti dipende molto dal contesto culturale. Anche da noi, in futuro, potremmo proporre mix o nuove combinazioni di diverse funzioni abitative: se tra le quattro mura domestiche non si riesce più a fare tutto, chiaramente gli spazi vanno riorganizzati. E a questo punto ci si deve chiedere quali aspetti della nostra vita siamo disposti a condividere. Possiamo rinunciare a una cucina tutta per noi? E al bagno? E alla stanza da letto? Ognuno deve decidere per sé.

Non a caso si dice che la casa è lo specchio della società.

Lo studio parla anche di una «nuova vita di paese». Cosa significa esattamente?

Il concetto è legato al megatrend dell’individualizzazione e all’esigenza di nuove forme di comunità. In alcuni complessi residenziali della città gli abitanti tendono a ricreare l’atmosfera e la facilità di rapporti tipiche della vita in un piccolo paese. Il rischio è la creazione di una bolla di filtraggio in mattoni e cemento: all’interno del proprio quartiere si trova tutto ciò di cui si ha bisogno e si esclude ogni occasione di interazione con il mondo esterno. In sintesi, alcuni cambiamenti portano a riproporre le caratteristiche tipiche della «vita di paese» all’interno della città.

Qual è, a suo avviso, il risultato più interessante dello studio?

Il dato che mi ha sorpreso di più è senz’altro la diffusione delle famiglie mononucleari. Provi a farsi una passeggiata attraverso la città di Basilea e a suonare qualche campanello: nel 50 per cento dei casi le apriranno la porta persone che vivono sole; in tutta la Svizzera, il loro numero supera quello degli abitanti delle otto città più grandi messe insieme!

Un altro dato che mi ha colpito molto è l’esempio teorico del «dado umano»: se racchiudessimo tutte le persone che popolano la Terra in un dado, otterremmo un cubo con lunghezza dei lati di 1,3 chilometri. L’edificio sarebbe così piccolo che in una mezz’oretta, a passo di jogging, si farebbe il giro attorno. L’idea che l’intera umanità, compressa al massimo, occupi così poco spazio, fa davvero pensare, ed è emblematica di tutte le domande che dobbiamo porci in merito al futuro dell’abitare: quanto vogliamo stare vicini gli uni agli altri? Con chi vogliamo abitare? Quale forma di convivenza ci permette di esprimere al meglio il nostro carattere? I cambiamenti sociali, su questo fronte, sono più interessanti di quelli tecnologici. Sull’esperienza dell’abitare incide relativamente poco il fatto che, ad esempio, gli edifici siano costruiti da robot o che vengano installati i pannelli solari sul tetto; hanno un impatto molto maggiore, invece, gli aspetti che influiscono sulla convivenza. Grazie allo smartphone abbiamo sempre familiari e amici «in tasca», e ovviamente questo cambia il nostro modo di comunicare con i vicini. E cambia anche lo spazio che ci è necessario per vivere bene.

Il futuro dell’abitare

Nello studio sono state identificate sei tesi da cui si possono trarre spiegazioni su come sarà il nostro abitare in futuro:

  1. Collective Diversity: le forme abitative si differenziano sempre di più le une dalle altre, si diffondono le soluzioni residenziali collettive.
  2. Peak Home: le funzioni abitative vengono destrutturate, si realizza una co-evoluzione che coinvolge abitazione, quartiere e città.
  3. Platform Living: l’abitare diventa più flessibile e anche l’immobile acquisisce una certa «mobilità».
  4. Augmented Convenience: la tecnologia trasforma l’abitare in un’esperienza estremamente personale.
  5. Branded Living: l’abitare diventa un marchio.
  6. Somewhere Strikes Back: più si afferma la tendenza verso uno stile di vita mobile e aperto, più prende piede anche la tendenza opposta, che privilegia un modo di vivere semplice e all’insegna della stabilità.

Lo studio da iLive (Schweiz) AG può essere scaricato (in tedesco) dal sito gdi.ch/microliving18

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