L’immortalità nella perfezione

In una delle città più moderne della Spagna, una designer dimostra che l’arte della pelletteria artigianale è ancora viva.

Barcellona non è nota solo per la sua ricchezza culturale e artistica. Questa città è molto amata anche per l’alta qualità di vita di cui godono i suoi abitanti. Numerosi artisti traggono ispirazione dalla sua bellezza. Se inizialmente erano venuti per restare solo un anno, non hanno potuto resistere al fascino della città e si sono stabiliti qui definitivamente. La designer e imprenditrice Carolina L. Iriarte è una di loro.

Carolina si è trasferita a Barcellona per un corso di specializzazione. Dopo aver conseguito il titolo in Fine Arts, Art Direction & Set Design a Buenos Aires, voleva proseguire la sua formazione presso la rinomata scuola d’arte Massana. Questo, tuttavia, non è mai avvenuto. Carolina ha trovato lavoro presso un designer di calzature locale, in tre anni ha imparato il mestiere e in seguito ha perfezionato le sue abilità. Nel 2009 si è messa in proprio e ha cominciato a disegnare le sue borse di pelle artigianali.

 Carolina lavora principalmente con le mani e crea in questo modo delle borse straordinarie, tutti pezzi unici. Queste sono di una qualità che è quasi impossibile trovare nei prodotti in pelle moderni, ma solo negli articoli vintage. Il suo progetto dal nome «Iriarte Iriarte» si è rapidamente fatto un nome a livello internazionale ed è in continua crescita. Il suo studio e showroom si trova a Plaza Real, nel cuore di Barcellona. La Plaza è un po’ una finestra sul mondo. Ogni giorno innumerevoli persone di tutti i ceti sociali, fasce d’età e nazionalità attraversano la piazza. Sono un’incessante flusso di energia e una fonte d’ispirazione per le collezioni di Carolina. Il nuovo negozio risplende nella calda luce di Barcellona, mettendo perfettamente in risalto le borse esposte sui mobili antichi accuratamente selezionati. L’open space è caratterizzato da semplicità ed eleganza.

 

Carolina si è trasferita a Barcellona per un corso di specializzazione.

Carolina, in che modo hai deciso di effettuare un percorso formativo così ampio e vario?

Ho studiato arti figurative presso l’Università di Buenos Aires e parallelamente ho svolto una formazione in direzione artistica. Ho avuto inoltre la possibilità di prendere parte a un brillante workshop di scenografia presso il Teatro Colón.  Ero completamente assorbita tutto il giorno, il corso era molto intensivo. Dopo aver conseguito il diploma, mi sono trasferita a Barcellona, dove ho lavorato per tre anni presso un designer di calzature.

Durante questo periodo ho perso le mie paure verso l’ignoto e le attività per le quali non avevo ancora esperienza. Il designer con il quale lavoravo faceva tutto: tagliava, cuciva, tingeva, parlava con i clienti e negozi internazionali, teneva la corrispondenza, prendeva gli ordini e preparava le sue apparizioni alla settimana della moda di Parigi.

Che effetto fa essere imprenditrice già così giovane?

Si cresce assieme ai propri progetti. Può essere molto gratificante fare quello che ti piace in modo del tutto autonomo e senza la presenza di un capo. Inizialmente è un po’ difficile perché ci si trova ad affrontare molti problemi, e risolverli può essere molto stressante. Bisogna rinunciare a molte cose e dedicare molto tempo al lavoro. Anche quando non si è direttamente impegnati con il lavoro, la mente non è libera. Poiché provengo da una famiglia di imprenditori, sapevo più o meno a cosa sarei andata incontro e che prima o poi il mio impegno sarebbe stato ripagato. In fondo è tutto una questione si speranza e ambizione.

 

Carolina Iriarte nel suo atelier a Barcellona.

Come si è evoluto il suo stile negli anni?

Credo che la mia tecnica sia migliorata. All’inizio dovevo ancora imparare, per questo ero in qualche modo limitata. Oggi creo design più complessi: la mia tecnica mi regala spazio creativo, consente una migliore lavorazione e quindi risultati qualitativamente superiori. Quando ho iniziato ero ancora molto giovane: oggi posso vedere i progressi rispetto alle prime collezioni. La mia prima collezione era ancora influenzata da un’estetica di tipo vintage.

Quando ha iniziato a creare le sue proprie borse?

Inizio 2009 ho sentito il bisogno di creare qualcosa di mio. Una volta apprese le tecniche di base, ho creato un primo prototipo. Da quel momento tutto ha preso forma poco a poco, in modo del tutto naturale. In una viuzza del Born ho restaurato un piccolo negozio e ho creato un atelier, in modo che i passanti potessero osservare il mio lavoro. Pochi mesi dopo ho presentato la mia prima collezione.

 

Amo gli oggetti antichi, che esistono al di là del fatto di essere usati e che ci trasportano in altri tempi.

In che modo la sua ampia esperienza la aiuta nel design, a diversi livelli di creatività?

Nel design tutte le conoscenze che ho appreso negli anni sono di importanza fondamentale. All’inizio Fine Arts, Art Direction e Set Design mi hanno aiutato a creare e definire l’ambito estetico di ogni collezione. Nella seconda fase sono gli schizzi, il disegno tecnico e la creazione di modelli ad essere decisivi per lo sviluppo e la realizzazione di ogni modello. La fase finale si concentra sull’aspetto artistico e sulla tecnica della lavorazione del cuoio. Grazie alla mia esperienza posso sperimentare e realizzare i miei design in tutta autonomia, senza dovermi appoggiare a uno stadio intermedio. Ciononostante conosco i miei limiti, e mi muovo sempre all’interno delle mie capacità.

Quali sono gli elementi che ispirano le sue collezioni?

La prima collezione si chiama «Truant», ragazzi che marinano la scuola. Le borsette portano tutte il nome di una materia scolastica, ad esempio geografia, storia, poesia. La seconda collezione si chiama «Farewell» e si ispira ai vecchi treni. Le borse portano il nome di vecchie tratte ferroviarie inglesi: York, Cambridge ecc. La terza collezione trae ispirazione dal legno e dalle forme organiche della Foresta nera. Un’altra collezione è un omaggio al movimento letterario di Buenos Aires in seguito alla fondazione della rivista Sur e alla sua fondatrice Victoria Ocampo. Le foto di questa campagna sono nate nella sua fattoria a San Isidro, Buenos Aires, dove è solita ricevere numerosi ospiti, fra i quali scrittori, architetti e artisti da tutto il mondo.

 

«Poter lavorare con la luce naturale è una delle cose che apprezzo di più.»

Nel suo lavoro si concentra quasi esclusivamente sull’abilità artigiana con pezzi realizzati a mano. Perché ha deciso di svolgere il lavoro manualmente?

Lo trovo un processo naturale. Da sempre mi sono cucita i vestiti da sola. Anche se non possedevo sempre le tecniche o l’esperienza necessarie, il risultato è sempre stato positivo. Per me era essenziale e utile entrare in contatto con il materiale e far passare le mie idee alle mani. Amo sperimentare e vedere cosa può nascere da un’idea o un disegno. In fin dei conti, quando si fanno le cose una alla volta con attenzione e dedizione, i risultati si vedono. È così che nascono pezzi unici e senza tempo.

Le sue collezioni vintage vanno dalla musica ai mobili fino ai quadri. Perché si interessa al passato?

Amo gli oggetti antichi, che esistono al di là del fatto di essere usati e che ci trasportano in altri tempi. Questi oggetti possiedono una storia, una patina. Sono riusciti a sopravvivere fino a oggi, e pertanto sono normalmente di buona qualità. Trovo grande ispirazione nell’osservarli attentamente e scoprire come sono stati fabbricati. Per questo motivo ho deciso di lavorare con tecniche tradizionali e materiali di alta qualità. Questi sopravvivono nel tempo e vengono tramandati di generazione in generazione. Questo è quello a cui punto con il mio lavoro.

È possibile comparare l’ambiente creativo di Buenos Aires con quello di Barcellona?

Negli ultimi anni entrambe le città hanno prodotto numerosi artisti e designer di talento. In tempi di crisi le persone sono portate a rischiare di più e ad affidarsi alle proprie capacità. In questo senso trovo che Buenos Aires sia più interessante. Tuttavia la sfida è maggiore quando si vuole raggiungere un risultato tangibile lontano dai centri della moda e del design. Fortunatamente questo sta cambiando grazie a Internet.

 

«Oggetti antichi possiedono una storia, una patina. Sono riusciti a sopravvivere fino a oggi, e pertanto sono normalmente di buona qualità.»

Com’è lavorare nel cuore di Barcellona?

Ti apre una finestra sul mondo. Ad appena cinque mesi dall’apertura del nostro studio, abbiamo ricevuto una richiesta dal New York Times e poco dopo The Guardian ha scritto un articolo su di noi. Inoltre tutto è facilmente raggiungibile. I due atelier si trovano a cinque minuti di distanza l’uno dall’altro, e chiunque conosce Plaza Real. È una piazza simbolica con una magnifica fontana, palme e portici.

Per il suo lavoro si lascia ispirare dalla città?

Barcellona è una città aperta e dinamica, la sua vitalità pulsante mi ispira. A volte è facile distrarsi, ma se si è in grado di convivere con questo fatto, può essere un’esperienza che arricchisce. Barcellona è una città da film, con una vasta storia culturale, e io scopro sempre qualcosa di nuovo. In inverno amo perdermi nelle viuzze del quartiere gotico e mi immagino tutte le cose che potrebbero essere successe in passato.

Vista sulla Plaza Real: «Barcellona è una città aperta e dinamica, la sua vitalità pulsante mi ispira.»

Cosa le piace di più del suo showroom?

È molto luminoso e spazioso. Il mio atelier precedente era situato in una viuzza stretta, nella quale il sole entrava di rado. Poter lavorare con la luce naturale è una delle cose che apprezzo di più. Inoltre la suddivisione e la dimensione si adattano perfettamente alla mia idea di fare tutto il lavoro in un’unica stanza.

 

Grazie Carolina per averci mostrato il suo studio nel cuore di Barcellona.

Maggiori informazioni sul design di Carolina Iriarte sono disponibili qui:

Sito internet iriarteiriarte.com

 

Abbiamo incontrato Carolina Iriarte nell’ambito della serie «Ambienti pieni di vita», nella quale presentiamo spazi abitativi e di lavoro e le persone che si nascondono dietro di loro. 

 

Foto: Natalia Guarín eRuben Ortiz

Produzione: FVF Productions UG